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Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s’est échappé – 1956) di Robert Bresson.

Francia occupata dai nazisti. Fontaine (François Leterrier), un giovane partigiano, viene rinchiuso in una cella di isolamento in attesa della sua esecuzione. Invece di disperarsi, trasforma la sua prigione in un laboratorio: ogni oggetto diventa un potenziale strumento di fuga. Con una pazienza infinita, inizia a smontare la porta della cella e a intrecciare corde. Ma quando tutto è pronto, i nazisti gli mettono in cella un compagno sconosciuto. Sarà un alleato o una spia che manderà tutto all’aria?

Quando si parla di film sulle evasioni ci si aspetta di solito musica angosciante, un protagonista ansioso e azione a perdifiato alla Prison Break. Con Bresson scordatevi tutto questo!

Il regista esigeva che i suoi attori fossero letteralmente dei “modelli” vuoti, volutamente inespressivi. Chiedeva loro di ripetere le battute in modo piatto, monocorde, svuotato di qualsiasi enfasi drammatica. L’audio, in questo film, fa letteralmente parte del cast: i passi delle guardie, il treno in lontananza e il grattare del legno servono a costruire la tensione, e Bresson lo utilizza perfettamente per allargare il campo visivo dell’addetto ai lavori. Il regista si concentra soprattutto sui dettagli: inquadra un cucchiaio o le mani di Fontaine come se fossero le star della pellicola, dando un’importanza assoluta agli oggetti di scena, il tutto esaltato da un bianco e nero pazzesco. La macchina da presa è claustrofobica, chiusa come Fontaine nella sua cella, con un rigore geometrico che permea l’intera pellicola. I successivi film sulle evasioni devono moltissimo a questa pellicola e a Bresson, che ancora oggi è considerato uno dei più grandi registi della storia del cinema.

Curiosità: François Leterrier non era un attore professionista, ma uno studente di filosofia, divenuto poi anch’egli un regista.

Un condannato a morte è fuggito

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