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Paper Moon (1973) di Peter Bogdanovich.

Un truffatore di mezza tacca si ritrova a dover scortare una bambina rimasta orfana (che potrebbe o meno essere sua figlia) attraverso il Kansas della Grande Depressione. Tra Bibbie vendute a vedove ignare, piccoli imbrogli e finti poliziotti, i due scopriranno di essere una squadra formidabile.

Gioiello della New Hollywood, Paper Moon di Peter Bogdanovich ci regala un’avventura fuori dal comune. I due protagonisti sono padre e figlia nella vita reale, il che rende il loro affiatamento incredibilmente autentico. Sullo schermo assistiamo a una pazzesca inversione di ruoli: lei è matura, cinica e astuta, mentre lui si rivela immaturo e pasticcione.

Attraverso un bianco e nero nostalgico e ricco di sfumature, lo spettatore viene immerso in un’opera solo apparentemente leggera e scanzonata. Ci troviamo di fronte non semplicemente a un classico film d’epoca, ma a una commedia intramontabile che parla di solitudine, famiglia elettiva e sopravvivenza, il tutto condito con una leggerezza e un’ironia straordinarie. A rendere l’immersione totale contribuisce anche la colonna sonora, priva di musiche originali e affidata interamente ai successi radiofonici dell’epoca (tra cui la celebre canzone che dà il titolo al film), che stampano nella mente dello spettatore la nostalgia di un’era passata.

Curiosità: per ottenere quel bianco e nero così profondo e contrastato, Bogdanovich seguì il consiglio del suo amico Orson Welles, utilizzando un filtro rosso sull’obiettivo che rese i cieli del Kansas quasi cupi e drammatici, in perfetto contrasto con i toni della commedia.

Paper Moon

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